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  • Ultimo aggiornamento: 11 Luglio 2017, 17:19:52.

tribunale nuovo nuova

Il più importante processo di mafia degli ultimi anni a Vibo Valentia sta giungendo alle battute finali. Da ieri, e fino a domani mattina, il pm della Dda di Catanzaro, Marisa Manzini, sta conducendo la sua requisitoria che si concluderà, appunto, venerdì con le richieste di pena dei 21 imputati tra capi, affiliati e soggetti ritenuti contigui al clan Mancuso.

Nel corso dell’udienza di ieri il pm, davanti al tribunale presieduto dal giudice Vincenza Papagno (a latere Giovanna Taricco e Pia Sordetti), ha tratteggiato i contorni dell’associazione mafiosa che, nell’ipotesi accusatoria, ha proseguito la sua attività criminosa anche dopo il 2003, data della storica maxi operazione “Dinasty - Affari di famiglia”, con cui era stato smantellato il clan e con cui gli inquirenti avevano scattato una fotografia attuale della geografia mafiosa del territorio.

"Il clan ha continuato ad operare anche dopo l'operazione Dinasty"

Un clan che evidentemente «ha continuato ad operare», ed i cui capi «hanno continuato ad impartire ordini anche dal carcere». Tra gli imputati, d’altronde, vi sono personaggi come i fratelli Antonio e Giovanni Mancuso, insieme a Pantaleone detto “Vetrinetta” (deceduto), della “generazione degli 11”. La Manzini ha suddiviso il suo intervento in tre parti. Durante la prima, di ieri, è stato tratteggiato il carattere dell’associazione mafiosa; mentre a seguire il pubblico ministero si è concentrato sulle singole posizioni.

Non sono mancati i riferimenti alla vicenda della (mancata) rimessione del processo, così come l’intenzione di trasmettere gli atti di udienza riguardante la testimonianza di alcuni testi alla Procura al fine di procedere per falsa testimonianza. Diversi i passaggi ripresi dalla sentenza Dinasty che ha consegnato alla storia una verità processuale definitiva, con l’unitarietà esterna della famiglia Mancuso a fronte di una triplice articolazione interna che aveva scatenato una sorta di rappresaglia tra le varie fazioni, senza però «mai intaccare» la potenza del clan e l’assoggettamento del territorio.

"Riscontro importante alle indagini offerto da Andrea Mantella"

Importante l’apporto, in ultima istanza, delle dichiarazioni del neo collaboratore Andrea Mantella così come quelle di altri collaboratori, tra i quali Giuseppe Giampà, figlio del capo clan di Lamezia Terme Francesco, che secondo il pm hanno riscontrato in maniera chiara le indagini condotte dal Ros e ripercorse in aula dal colonnello Giovanni Sozzo. Indagini prima e dibattimento poi che «hanno dimostrato senza alcun dubbio l’operatività della cosca Mancuso anche dopo la sentenza Dinasty».

L’intervento è proseguito con l’analisi delle singole posizioni. Il pm si è soffermato in particolare sulle figure di Antonio e Giovanni Mancuso, il primo capace anche di «ottenere perizie mediche compiacenti al fine di reggere le sorti del clan e rapporti con imprenditori», citando poi il caso di un altro imputato, Antonino Castagna, imprenditore che invece aveva un rapporto differente con Mancuso, di “collaborazione”. L’operatività di Antonio Mancuso, al pari del suo disprezzo per le forze dell’ordine e gli uomini delle istituzioni, sono state ribadite dai collaboratori Andrea Mantella e Eugenio William Polito. Su Giovanni Mancuso, l’unico elemento di spicco non coinvolto in Dinasty, la Manzini ha sottolineato la sua operatività nel campo dell’usura e la sua capacità di sottrarsi direttamente agli affari mandando avanti i suoi «soldati».

"Antonio e Giovanni Mancuso tra i capi storici prima ed ancora oggi"

Nel corso dell’udienza odierna, invece, il pm si è concentrato sulle figure di Giuseppe Mancuso, Pantaleone Mancuso e Agostino Papaianni.

«Quando il padre (Pantaleone “Vetrinetta”, ndr) era in carcere, è stato dimostrato, anche successivamente dalle conversazioni captate nel casolare di Pantaleone, come il figlio fosse di fatto il suo reggente. Giuseppe Mancuso esercitava il ruolo classico del signore mafioso che si sostituisce anche alle istituzioni, come è accaduto in occasione di spartizioni patrimoniali di un nucleo familiare. In Lombardia, poi, è sempre stato a contatto con soggetti poi finiti nell’inchiesta Crimine. Il suo è un ruolo sovraordinato, impartisce ordini,  è socio occulto di attività. Fa da paciere in dissidi, come quello tra Filippo Mondella e Nicola Angelo Castagna, altri due indagati prestanome di Mancuso con la loro società. Attorno a lui gravitano soggetti che dimostrano di essere a sua disposizione».

"Pantaleone Mancuso capo incontrastato sulla costa"

Su Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, per la Manzini non c’è molto da disquisire «talmente sovrabbondanti sono le prove a suo carico». «L’articolazione che lo vede come capo ha utilizzato l’intimidazione allo scopo di raggiungere il monopolio nella fornitura di ogni ambito commerciale delle attività turistiche della costa, ad esempio con aziende come la Smecal di Agostino Papaianni, sua proiezione sul territorio insieme a Giuseppe Raguseo. Con lui abbiamo imprenditori collusi al fine di gestire interi settori imprenditoriali e commerciali. Il suo è un ruolo apicale, egli mantiene rapporti stabili e continuativi con altri gruppi mafiosi. Il suo ergastolo al termine di un troncone del processo sulla faida tra i piscopisani e i Patania di Stefanaconi è la dimostrazione della potenza del suo gruppo. Potenza militare che si evince anche nelle conversazioni intercettate nel bar Tony, dove incontrava i diversi componenti dei gruppi mafiosi, come il caso dei Loielo. La sua caratura - ha aggiunto il pm – è confermata anche dai collaboratori come Giampà o Mantella, il quale qui ha riferito come Scarpuni fosse “l’unico ‘cristianu’, uno che ha gli attributi, e che metteva bocca a Vibo e su tutta la costa da Pizzo a Nicotera».

Mancuso, attraverso Nunzio Manuel Callà, «manteneva i buoni rapporti con le altre ‘ndrine. Come i Pesce e i Piromalli, i La Rosa di Tropea. Gli equilibri mutati hanno consentito di documentare i rapporti tra Callà e il gruppo di Giuseppe Mancuso ‘Mbrogghja». Il magistrato ha poi fatto riferimento ancora al suicidio di Santa Buccafusca, moglie di Mancuso, e alle dichiarazioni della collaboratrice Ewelina Pytlarz, cognata, che parlavano chiaramente di una «famiglia di ‘ndrangheta» dalla quale avrebbero voluto «fuggire».

"Agostino Papaianni riferimento di Luigi, Cosmo e Pantaleone Mancuso"

Infine, il pm ha tratteggiato la figura di Agostino Papaianni, considerato «da sempre facente parte, almeno dagli anni ’90, all’articolazione di Luigi e Cosmo Mancuso, e quindi Pantaleone “Scarpuni”; Papaianni praticava intimidazioni, chiedeva le estorsioni, imponeva la sua merce alle varie attività turistiche della zona di Ricadi Capo Vaticano, come il caso delle estorsioni in danno dei fratelli Onofrio e Antonio Loiacono». Secondo la Manzini, «Papaianni è il mafioso che cerca di occultarsi attraverso attività apparentemente legali, e quindi più pericoloso. Sin dal 2003 ha imposto le estorsioni».

La requisitoria si concluderà domani mattina con le richieste di pena dei singoli imputati.

gm