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  • Ultimo aggiornamento: 28 Aprile 2017, 18:39:11.

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La Polizia postale e delle comunicazioni, in collaborazione con l'arma dei Carabinieri, ha chiuso il gruppo Facebook fondato e amministrato da Emanuele Mancuso, figlio del boss latitante Pantaleone Mancuso, che negli ultimi giorni aveva provocato una serie di reazioni per alcuni post ritenuti diffamatori nei confronti di rappresentanti delle forze dell'ordine e non solo. La notizia e' stata resa nota da Giuseppe Brugnano, segretario regionale generale del Coisp (Sindacato indipendente di polizia), e da Lia Staropoli, presidente dell'associazione "ConDivisa". 

Brugnano e Staropoli hanno espresso la loro gratitudine «alle forze dell'ordine e a tutti i parlamentari intervenuti sulla questione», aggiungendo di avere «querelato tutti i partecipanti del gruppo che da settimane, prendono di mira i carabinieri, i poliziotti, Lia Staropoli, la giornalista del Quotidiano del Sud Enza Dell'Acqua, Franco Maccari, segretario generale del Coisp, e le associazioni "ConDivisa" e "AmmazzateciTutti", ritenuti "colpevoli" dagli autori degli scritti diffamatori per aver sostenuto e difeso carabinieri, poliziotti e finanzieri».

Rispetto al gruppo social, i sindacati Coisp e Sap, con i dirigenti Giuseppe Brugnano e Michele Granatiero, e i rappresentanti delle associazioni "ConDivisa" , "AmmazzateciTutti" e "Sostenitori delle Forze dell'Ordine", avevano sottoscritto un esposto presentato alla Direzione distrettuale antimafia su tutte le vicende concernenti le diffamazioni e le minacce dei componenti delle famiglie di ' ndrangheta sui social". (AGI)

 

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Di ieri era la replica del diretto interessato, pubblicata su diversi siti web: «Questo gruppo Facebook - diceva Mancuso - non ha mai inneggiato alla mafia, anzi è stato creato perché parenti e amici di persone condannate per mafia venivano più volte etichettati o derisi sui social o sul web come potenziali mafiosi. Va precisato - aveva detto Mancuso - che il gruppo non è stato fondato per insultare le forze dell'ordine, ma per commentare fatti di cronaca presenti sul web ed in ossequio ai provvedimenti intrapresi dalla magistratura. Non risulta alcun inneggio alla mafia.

Anzi risultano note scritte dagli amministratori del gruppo con inviti ad aver toni civili e rispettosi. Dal mio canto - concludeva - posso solo ribadire che questo gruppo nasce perché più volte offesi e discriminati con l'atipica frase 'potenziali mafiosi'. Invito chiunque a visionare i post e se ravvisassero dei reati ritengo opportuno che si proceda per le vie legali. Nessuno dei membri si vuol sottrarre alla giustizia, anzi mi pare il caso di dire che ci sta mettendo la faccia».