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  • Ultimo aggiornamento: 11 Luglio 2017, 17:19:52.

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di ENRICO DE GIROLAMO

“Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare”. La celebre battuta attribuita a Luigi Barzini Jr, firma storica del Corriere della Sera, è da tempo la lente deformante che altera i lineamenti di questa professione, restituendo ai lettori l’immagine distorta di un lavoro che, tutto sommato, è quasi un gioco. La frase di Barzini, però, non viene mai riportata integralmente: “Il mestiere del giornalista è difficile, carico di responsabilità, con orari lunghi, anche notturni e festivi; ma… è sempre meglio che lavorare.” Ecco, così rende meglio l’idea. Perché Sì, fare il giornalista è bello come un gioco, appassionante ed emozionante, con l’adrenalina che va in circolo quando trovi la notizia, quando fai la domanda giusta, quando vedi il tuo pezzo pubblicato, quando finalmente chiudi la tua pagina e ti rigiri nelle mani la bozza neanche fosse un olio su tela. Ma è anche un lavoro massacrante, che può toglierti il sonno e la famiglia, la dignità e la voglia di vivere, che ti fa amare e poi odiare i tuoi colleghi, con i quali finisci per condividere ogni anfratto della tua esistenza. Nessuno, tranne i giornalisti, sa cosa significhi davvero questo lavoro. E nessuno, tranne i giornalisti, sa quanto ti possa mancare quando non c’è. Oggi basta avere un profilo social per “giocare” a fare informazione. Ma un vero giornalista si riconosce dalla disperazione. Dalla mancanza di alternative. Dall’angolo nel quale è costretto dalla sua ossessione. 

21righe addio 1Eppure, nell’immaginario collettivo post-populista siamo solo una manica di venduti, pronti a scrivere per quello che paga di più. Ma noi non vogliamo essere pagati di più. Vogliamo solo essere pagati. Perché alla fine della fiera questo resta un lavoro, e un lavoro senza soldi è solo un hobby.  
21 Righe chiude. Era inevitabile, forse sin dall’inizio. Ma in mezzo ci sono più di due anni di fatica autentica, titanica. Non parlo di me, che ho contribuito con pochi pezzi, e soltanto quelli che mi andava di scrivere. Parlo degli altri, dei colleghi che si sono fatti il mazzo ogni giorno nell’illusione che questa volta potesse essere diverso, che alla fine l’impegno e il talento contino davvero qualcosa. Invece no. Conta di più avere un editore, e questo giornale non ce l’aveva.  
21 Righe chiude. E anche l’orgoglio di essere stata la prima testata online della provincia vibonese è destinato a durare pochissimo. Perché, nonostante i messaggi affettuosi e le belle parole, appena il sito web sarà oscurato e il profilo Facebook finirà di sfornare post, 21 Righe semplicemente sparirà e sarà come se non fosse mai esistito. Funziona così. Sempre.  
21 Righe chiude. Ma, in fondo, chi se ne frega. Non importa all’ordine dei giornalisti, che forse neppure sapeva della sua esistenza. Non importa al sindacato, perché non c’erano contratti da tutelare, né vertenze da cavalcare. Non importa alla politica, perché non c’erano soldi né potere da spartire. Non importa alla Calabria, che troverà altri modi per leggere di se stessa, probabilmente migliori. Gli unici a rammaricarsi davvero saranno i giornalisti, che proietteranno in questo scontato epilogo la loro eterna paura: quella di restare senza una pagina da riempire.