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  • Ultimo aggiornamento: 23 Giugno 2017, 13:54:48.

italcementi ingresso

di ANTONIO CALLA'

«Un centro meridionale di stoccaggio di prodotti agroalimentari»: lo immaginava così il sindaco Elio Costa, alla vigilia della sua elezione, l’ormai abbandonato sito industriale dell’Italcementi. Era, infatti, questo uno dei punti fondamentali della sua campagna elettorale, che serviva, evidentemente, a ridare una certa speranza a quanti,  ex lavoratori soprattutto, pagavano il caro prezzo della chiusura dei cancelli di uno dei più grossi siti produttivi del vibonese. «Il mio programma - spiegava al tempo Costa - oltre che sulla eliminazione del gap infrastrutturale esistente tra le frazioni e la città, ruota anche e soprattutto sul recupero dell’identità storico culturale dell’intero territorio, poiché intendo vivificare le tradizioni della città e al tempo stesso ricucire il legame tra la comunità e la città».

Senza entrare però nel merito di quanto sia stato raggiunto dall’attuale primo inquilino di palazzo Luigi Razza, e degli enormi passi in avanti effettuati per eliminare «gap infrastrutturale esistente», a tirare dalla giacca proprio il sindaco sulla questione Italcementi ci ha pensato il sindacato. E precisamente la Cgil, andata su tutte le furie dopo aver appreso la notizia che la Regione ha convocato per il 15 dicembre un tavolo dove sarà trattata con la Heidelberg Cement la vertenza dello stabilimento dell’ex Italcementi. Di Castrovillari, però, escludendo dal tavolo Vibo Valentia. «È davvero inspiegabile per quello che ha rappresentato questa vertenza in anni di lotte e di mobilitazione - ha commentato amareggiato il segretario Luigi Denardo - una tale distrazione o dimenticanza. Che Vibo fosse una misera identità politica lo si era anche scorto, ma che non si abbia considerazione della sua storia e del suo tessuto industriale è un fatto alquanto riprovevole». Chiedendo appunto al sindaco Costa - il quale non si era risparmiato in quanto a promesse elettorali - di attivarsi «insieme alle forze ed alle rappresentanze politiche per affrontare i reali bisogni della città». Alla base di questa doverosa reprimenda da parte del sindacato, più che una visione legata da interessi territoriali, ci sta una visione più complessiva, che non escluda una piazza a favore di un altra. Dunque, più che lecita domanda: perché Castrovillari sì e Vibo no? Forse perché a Castrovillari forze politiche, sindacali ed imprenditoriali hanno una visione un po’ più omogenea di quella rappresentata a Vibo? Forse. Sta di fatto, comunque, rimanendo sul suolo vibonese, che involontariamente la netta presa di posizione del sindacato è stata utilizzata come un doppio assist. Il primo rivolto al consigliere regionale Giuseppe Mangialavori, il quale non si è certo risparmiato in critiche ben definite all’indirizzo della giunta regionale e del centrosinistra. Bene, si direbbe.

Ma l’impressione è che al consigliere viene bene il "gioco" dell’opposizione, soprattutto se dimentico che questa amara vertenza scoppiò e si concluse quando al governo della Regione ci stava un tizio di nome Scopelliti, sostenuto in maggioranza dall’attuale partito di Mangialavori: Forza Italia. Le «sabbie mobili» di cui parla Mangialavori iniziarono proprio da lì, in quel periodo, ad inghiottire irreversibilmente «i bisogni dei territori». L’altro assist involontario, invece, è stato in direzione di Antonio Lo Schiavo, il quale, intuito il potenziale politico e polemico della vicenda, affiancato dalla sua fedelissima collega Loredana Pilegi, non ha esitato un solo momento a richiedere «la convocazione urgente del Consiglio comunale, eventualmente aperto alle forze politiche e sindacali, avente ad oggetto, come punto all’ordine del giorno, la discussione sulla vertenza Italcementi relativa al sito di Vibo Valentia e l’analisi delle proposte da avanzare come atto di indirizzo politico, agli organi competenti per la riconversione del sito industriale». Bene, si direbbe anche in questo caso, se l’impressione non fosse che l’ennesima discussione in merito, portata in Consiglio, si scontrerebbe con la diversità di vedute che ogni soggetto chiamato in causa è pronto a rappresentare. Disomogeneità, dunque, e discussione infruttuosa che, come un tappo di sale, bloccherebbero per l’ennesima volta la possibilità di trovare una soluzione idonea e definitiva. Soprattutto, ma non solo, per i lavoratori.