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  • Ultimo aggiornamento: 11 Luglio 2017, 17:19:52.

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Potenzialmente, ogni anno, ci sarebbero quindicimila euro da investire e da impiegare a favore di associazioni ed enti benefici senza scopo di lucro. Potenzialmente, perché in realtà quei quindicimila euro devono essere corrisposti ad un privato quale giusto corrispettivo per l'affitto di parte di uno stabile in via Savelli dove il Centro servizi volontariato ha stabilito la propria sede.

Una piccola reception, pochi uffici, una sala riunioni, niente di logisticamente così complesso da non poter essere spostato in blocco con il secondo fine, appunto, di risparmiare in un anno tutti quei soldi per ascriverli ad una voce diversa del bilancio e farli girare in maniera differente, magari come piccoli contributi erogati in favore delle associazioni attive sul territorio vibonese.

Negli intenti, la richiesta inoltrata al Comune di Vibo Valentia a fine 2015 dal presidente del Csv, Roberto Garzulli, per l'ottenimento dei locali della biblioteca di via Palach, avrebbe dovuto portare a questo, e avrebbe potuto, soprattutto, offrire al territorio un punto di riferimento preciso per alcune attività, ossia la “Casa del volontariato della provincia”.

Un luogo speciale nei pensieri di chi nel Csv dedica anima e corpo, e quindi anche di Garzulli, che in una lettera inoltrata al sindaco della città Elio Costa, nel chiedere in concessione lo stabile, allora non mancò di elencare attività ed obiettivi, partendo dalla necessità di «migliorare le opportunità di incontro e di aggregazione delle diverse fasce d’età e di estrazione sociale, passando per la promozione e l’integrazione delle idee elaborate da associazioni ed enti, finendo con l’opportunità di mettere a disposizione l’accesso alle biblioteche online del Csv e di ridurre l’onore, per la casa comunale, di individuare dei locali per lo svolgimento di attività e convegni da parte di organizzazioni d volontariato ed enti no profit».

Fu fatta una scelta diversa, si sa, perché a quella richiesta seguì una missiva con cui l’amministrazione porse un diniego e comunicò di aver programmato «una diversa destinazione della biblioteca armonica alla sua funzione».

Ma perché da allora ad oggi nessuno abbia comunque valutato la possibilità di offrire uno dei tanti immobili di proprietà comunale, uno di quelli che spesso entrano ed escono dal piano delle alienazioni, uno di quelli le cui porte restano chiuse per gli utenti e aperte per il degrado, resta difficile da capire, senza contare che nella stessa biblioteca, forse, con un po’ di buona volontà e dietro la corresponsione di un affitto più contenuto rispetto a quello versato attualmente, si sarebbe potuto dare seguito a tutti gli intenti, sia a quelli di natura sociale che a quelli più strettamente culturali.

Nel complesso un dato di fatto resta: quei 15mila euro potenzialmente spendibili a favore di più persone e che invece, per mancanza di intesa, comunicazione o chissà cosa altro, finiscono, a diritto, nelle tasche di una persona sola. E a rimetterci, come sempre, è la collettività.