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  • Ultimo aggiornamento: 11 Luglio 2017, 17:19:52.

 Berto premio 2017 Giuria per Cinquina

Giulia Caminito, con La Grande A, Giunti, Nicola De Cilia, con Uno scandalo bianco, Rubbettino, Andrea Inglese, con Parigi è un desiderio, Ponte alle Grazie, Francesca Manfredi, con Un buon posto dove stare, La nave di Teseo e Athos Zontini, Orfanzia, Bompiani. E’ questa la cinquina dei finalisti selezionata dalla Giuria del Premio letterario Giuseppe Berto per l’edizione 2017.

Una cinquantina le opere prime pervenute, tutte di narrativa, com’è peculiarità del Premio Berto che, in nome dello scrittore “veneto-calabrese”, festeggia il suo primo quarto di secolo mantenendo invariata la sua formula di premio riservato esclusivamente a scrittori esordienti, conservando quel ruolo di scopritore di talenti letterari italiani iniziato nel 1988. Presenti tutte le più importanti case editrici italiane, affiancate dal vivace mondo degli editori medio-piccoli.

La Giuria che ha valutato le opere in concorso è presieduta da Antonio D’Orrico, critico e giornalista del Corriere della Sera, e formata da Cristina Benussi, Università di Trieste, Enza Del Tedesco, Università di Trieste, Giuseppe Lupo, Università Cattolica del Sacro Cuore Milano e scrittore, Laura Pariani, scrittrice, Stefano Salis, critico e giornalista del Sole 24 Ore e Alessandro Zaccuri, critico, scrittore e giornalista dell’Avvenire.

«Quest’anno al Premio hanno concorso opere caratterizzate da una ricca varietà di richiami culturali – ha commentato Antonio D’Orrico, Presidente della Giuria –.  Nel complesso elevata la qualità della produzione letteraria ricevuta, con un ampio divario nella formazione degli esordienti: dalle vocazioni solitarie che sfociano in età matura, agli allievi di scuole di scrittura, con un denominatore comune che è il grande investimento sul lavoro della scrittura. Frequente in alcune opere è il percorso di rivedere e indagare ancora sulla storia d'Italia recente, cercando ora di capirla, con gli strumenti dell'indagine letteraria. Così come è presente la dimensione favolosa del mondo coloniale. Finalmente in Italia si comincia a parlare di questo periodo, riuscendo ad avere un rapporto rappacificato con una parte di storia per anni sepolta, il tutto forse favorito anche dall'immigrazione che nel processo del succedersi delle generazioni porta a flussi in direzioni opposte. La globalizzazione indubbiamente aiuta la libertà geografica immaginativa che si respira in più opere. Molto forte l'elemento femminile dei libri in concorso, attestato anche dalla presenza di due autrici nella cinquina che abbiamo selezionato».

Il vincitore sarà proclamato nel corso della finale che si svolgerà sabato 8 luglio in piazzetta del Teatro a Mogliano Veneto. Al vincitore andrà un premio in denaro di 5.000 euro.

L’ultima edizione, svoltasi lo scorso luglio a Ricadi - Capo Vaticano, nella splendida cornice di Casa Berto, è stata vinta dal milanese Sergio Baratto, con la sua opera prima edita da Mondadori, “La steppa”.

La XXV edizione del Premio è promossa da un Comitato promotore formato dall’associazione Culturale Giuseppe Berto, cui partecipano Emanuela ed Antonia Berto, moglie e figlia, i Comuni di Mogliano Veneto e Ricadi, la Regione Veneto, con la collaborazione del Liceo Statale “Giuseppe Berto” di Mogliano Veneto e con il contributo economico del Colorificio San Marco, azienda globale dal cuore moglianese, legata al Premio fin dal suo debutto.

«Accogliere a Mogliano Veneto il Premio Berto – ha dichiarato Carola Arena, Sindaco di Mogliano Veneto – è sempre motivo di immensa soddisfazione e orgoglio per la nostra città. Questo evento, al quale la cittadinanza partecipa ad ogni edizione con gran entusiasmo, rappresenta per la nostra Amministrazione una manifestazione di altissimo valore culturale per il ricordo di uno scrittore che ha lasciato il segno nella letteratura, un autore ancora oggi molto amato e letto. Per questo continuiamo, con determinazione, a sostenere il suo percorso, consapevoli che il Premio Berto e la memoria della figura intellettuale al quale è intitolato siano un punto di riferimento per le giovani generazioni e i futuri nomi di successo della scrittura».

«Supportare le arti è una vocazione naturale per Colorificio San Marco – spiega Federico Geremia –. Siamo orgogliosi di continuare a dare il nostro contributo a questo importante premio letterario, trampolino di lancio per giovani talenti che abbiamo sostenuto sin dall’inizio e che ormai è un punto di riferimento a livello nazionale».

LA CINQUINA: LE MOTIVAZIONI DELLA GIURIA:

Giulia Caminito, La Grande A, Giunti, Firenze

Ispirato a ricordi di famiglia, il romanzo La Grande A di Giulia Caminito è storia di italiani costretti a emigrare e nel contempo confronto tra due donne fuori dal comune, che cercano la propria realizzazione lontano dagli schemi ristretti dell'educazione ricevuta tra gli inizi del Novecento e l'epoca fascista. Alla prima, Adi, madre dura e intraprendente, interessa la concretezza economica trafficando con camion e alcolici; Giadina, la figlia, aspira invece a una felicità sentimentale. L'Eldorado di meraviglie rappresentato dall'Africa apre ad entrambe una diversa porta dei sogni.

Nicola De Cilia, Uno scandalo bianco, Rubbettino, Catanzaro

È una storia di una vita politica di provincia esemplare per comprendere il passato che si proietta sul presente, mettendo in dubbio valori privati e pubblici. La scrittura si piega a seguire la cronaca e ad entrare negli spazi intimi nel gioco complesso di nascondimenti e rivelazioni.

Andrea Inglese, Parigi è un desiderio, Ponte alle Grazie, Milano

Parigi è un desiderio di Andrea Inglese è l’inseguimento di un fantasma. Di una città iperletteraria e piena di storie e personaggi, che si inseguono e si riprendono, accompagnano la Storia e le storie, di ciascuno dei protagonisti. Nella storia di Andy, che fin da piccolo ha sognato Parigi, scorrono i temi del grande Novecento letterario, ovviamente filtrati da una vicenda personale. Una inesausta costruzione di miti giovanili che sono destinati a crollare, e l’arrivo di una maturità, con la nascita della figlia, epilogo del romanzo, sono il centro di una narrazione densa e inquieta, con una scrittura perennemente tesa, percussiva e raziocinante, capace di alternare con incredibile coerenza avventure picaresche e ragionamenti incisivi. Con la colta ironia di chi verifica talora la comica insensatezza delle cose e la natura mai del tutto chiara, mai del tutto autentica dell'essere umano.

Francesca Manfredi, Un buon posto dove stare, La nave di Teseo, Milano

La scrittura di Francesca Manfredi è asciutta, concisa, sofisticatamente elementare. Il fraseggio è breve, essenziale, il battito del periodo secco, il lessico quasi del parlato. La parola, d’altronde, qui è strumento di reticenza, spinta in fondo a un movimento interiore pieno di silenzio, dove a risuonare è l’eco del non detto. La narrazione si concentra in dettagli minimi, in movimenti d’atmosfera che infine conferiscono all’apparente banalità di un episodio i significati di una recondita e misteriosa agnizione. Nella cronotipicità di questi racconti ci sembra di riconoscere l’orizzontalità di Carver e la verticalità dei Sillabari parisiani: proprio come in essi il narratore ferma il tempo del racconto, ne dilata il presente tra la fuga ellittica del passato e del futuro, cosicché nella retina dello sguardo del personaggio - e del nostro - resti impressionata una delle molteplici figurine che girano dentro la lanterna magica della vita. Undici racconti che, pur nella loro autonomia, costruiscono un macro racconto, tenuti insieme dalla logica cogente di un’intimissima educazione sentimentale, inevitabile e precaria. L’arco narrativo della vicenda resta infatti coraggiosamente sospeso, non ci consente lo sguardo lungo, retrospettivo, della fine: si arresta piuttosto come un ponte aggettante su acque correnti, di cui non vediamo la sponda.

Athos Zontini, Orfanzia, Bompiani, Milano

È un libro coraggioso fin dal titolo perché l'autore inventa un termine inesistente in cui si coniuga il tema della solitudine rispetto ai genitori con il tema della crescita. Divertente, leggero, ironico, Orfanzia ha il pregio di essere una favola oscura e un romanzo di incomprensioni tra generazioni diverse.