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  • Ultimo aggiornamento: 25 Maggio 2017, 22:55:07.

Polizia teca auto strage Capaci 1

Non è solo l’auto della scorta. Perché sono persone, volti, sogni. Ed emozioni, soprattutto. Emozioni che hanno preso il sopravvento questa mattina all’interno della Scuola di Polizia di Vibo. Le emozioni di quanti hanno ricordato. Non «commemorato». Ricordato l’impegno, quella scelta di vita che si è spezzata lì, il 23 maggio 1992. Quell’auto, però, è di nuovo in marcia. Venticinque anni dopo a ricordare l’impegno di quanti hanno scelto da che parte stare, sacrificando se stessi e le loro famiglie. Il caposcorta Antonio Montinaro che con gli agenti Rocco Dicillo e Vito Schifani accompagnavano il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo

Una vita che dopo 25 anni rivive nella "memoria in marcia" che ha fatto tappa anche a Vibo dove è arrivata la teca che contiene l’autovettura di servizio su cui viaggiava la scorta del giudice Falcone il giorno della Strage di Capaci e che, in occasione del venticinquesimo anniversario della strage, sta “viaggiando” per l’Italia. Vibo, infatti, è la sesta tappa del Tour, l’iniziativa dell’associazione “Quarto Savona 15”, l’organizzazione fondata da Tina Montinaro, vedova di Antonio Montinaro.

Ieri, l’arrivo in città dove Antonio Montinaro aveva frequentato il 1° Corso Allievi Guardie Ausiliarie, nel 1981. E la sua storia e quella degli uomini della scorta «che hanno un nome» ha ribadito Tina Montinari, è stata raccontata agli studenti degli Istituti superiori di Vibo. In 400 presenti nell’auditorium della scuola di Polizia, ad ascoltare la testimonianza della signora Tina, del Prefetto di Vibo Valentia, Guido Longo, e del Procuratore di Palmi, Ottavio Sferlazza, del questore di Vibo Valentia, Filippo Bonfiglio, durante i lavori moderati dal direttore dell’Ansa Calabria Ezio De Domenico.

Storie che si intrecciano nella Sicilia della violenza, nella Sicilia della mafia che «in quegli anni fece una mattanza». Perché sia il Procuratore che il Prefetto in quel di Palermo in quegli anni si trovavano ad operare. Una «testimonianza diretta e privilegiata» ha spiegato Longo, ex questore di Palermo,  che quando avvenne la strage era da poco stato trasferito dalla Squadra Mobile alla neonata Dia di Palermo. Hanno parlato ai ragazzi e li hanno invitati a costruire il loro destino. «Vivete da uomini liberi – ha spiegato il procuratore di Palmi allora pm nei processi che si occuparono delle stragi di mafia – non vi girate mai dall’altra parte».

Dopo, tutti insieme fuori per scoprire la teca, che resterà nel piazzale della Scuola allievi agenti sino al 18 maggio e sarà possibile visitarla tutti i pomeriggi dalle ore 15 alle 19.

Un momento intenso. Il ricordo della vedova Montinaro. Un ricordo fatto di amore e forza. Interrotto dall'emozione, dalla lacrime. Ma forte di un messaggio carico di amore e speranza. Di chi ha conosciuto la paura, ma come ha voluto ricordare «mio marito diceva che è la vigliaccheria che non si capisce, avere paura è normale». Paura e un legame indissolubile, però. Che continua a viaggiare, sulle strade d’Italia. Per raccontare delle vite che hanno donato vita. Vite che si sono spezzate, impresse in quell’auto. Nei resti accartocciati, in quel contachilometri bloccato sul numero 100.287 che raccontano di violenza, di sopraffazione, di mafia. Ma soprattutto raccontano di uomini «non eroi» - ha precisato la Montinari - simbolo di una società sana, che lotta. «La strage di Capaci – ha spiegato Tina Montinari – non appartiene a me, alla Sicilia, è di tutti. E loro sono stati non eroi ma uomini coraggiosi». Il coraggio che viaggia in una teca, per insegnare. Per ricordare. Che si può avere paura, ma si deve scegliere da che parte stare con coraggio. 

 

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